Bigenitorialità o favola giudiziaria? Dentro il doppio standard italiano

Pubblicato il 12 maggio 2026 alle ore 09:00

Figli, tribunali e genitori: in Italia madre e padre partono davvero dallo stesso punto?

La legge italiana dice sì.
La realtà giudiziaria, molto spesso, racconta una storia più complicata.

Ed è qui ke il tema smette di essere slogan da talk show e diventa una questione seria, delicata, quasi chirurgica: quando un figlio rifiuta un genitore, il sistema interviene davvero allo stesso modo se il genitore escluso è il padre oppure la madre?

La risposta più onesta possibile è questa:
formalmente sì, concretamente nn sempre.

Dal 2006, con la Legge 54 sull’affidamento condiviso, il principio cardine dell’ordinamento italiano è la bigenitorialità.
Il figlio ha diritto a mantenere rapporti equilibrati e continuativi con entrambi i genitori. Nn esiste nella norma una prevalenza materna automatica. Il Codice Civile, all’articolo 337-ter, stabilisce infatti ke il giudice deve adottare provvedimenti “nell’esclusivo interesse morale e materiale della prole”. Anke la Corte di Cassazione negli ultimi anni ha più volte ribadito un principio preciso:
la figura paterna nn può essere considerata marginale o secondaria rispetto a quella materna. 

Sulla carta, quindi, il sistema appare neutrale.

Ma il problema nasce quando si passa dalla teoria alla gestione concreta dei figli.

Secondo dati ISTAT e analisi giuridiche pubblicate negli ultimi anni, l’affidamento condiviso viene disposto nella grande maggioranza delle separazioni con figli minori.

Ma condiviso nn significa automaticamente equilibrato.

Nella pratica giudiziaria italiana il collocamento prevalente presso la madre continua ad essere nettamente più frequente. È una tendenza storica documentata anke in numerosi studi giuridici e sociologici. 

Questo significa ke:

  • il padre mantiene formalmente la responsabilità genitoriale;
  • ma la gestione quotidiana del figlio resta spesso concentrata sulla madre.

Ed è proprio dentro questa struttura ke nascono molti dei conflitti più duri.

Nei procedimenti familiari italiani il rifiuto di un padre da parte del figlio attiva frequentemente:

  • servizi sociali;
  • consulenze tecniche psicologiche (CTU);
  • percorsi di sostegno alla genitorialità;
  • incontri protetti;
  • monitoraggi sul genitore collocatario;
  • interventi finalizzati al recupero del rapporto.

La giurisprudenza italiana considera infatti il diritto alla bigenitorialità un interesse fondamentale del minore.
La Cassazione ha più volte sottolineato ke un genitore nn può ostacolare il rapporto dell’altro col figlio.

Negli ultimi anni i tribunali hanno inoltre mostrato crescente attenzione verso i comportamenti definiti “ostativi”, cioè condotte capaci di compromettere il rapporto tra il minore e l’altro genitore.

Ma qui arriva il nodo più delicato.

Secondo numerosi avvocati familiaristi, psicologi forensi e osservatori del diritto di famiglia, la risposta è spesso sì.
Nn necessariamente nella legge.
Piuttosto nell’approccio culturale.

In Italia la figura materna continua ad avere un peso simbolico molto forte.
Storicamente la madre viene ancora associata alla cura primaria, mentre il padre viene più facilmente percepito come figura complementare.

Questo nn significa ke i tribunali “favoriscano sempre le madri”. Sarebbe una semplificazione falsa e propagandistica.
Esistono moltissimi casi in cui madri vengono limitate, sospese o dichiarate inadeguate.

Ma diversi studi e analisi giuridiche evidenziano come, nella prassi concreta, il rifiuto della madre venga spesso letto inizialmente come fenomeno anomalo, da approfondire verificando possibili condizionamenti paterni o dinamiche conflittuali. In altre parole:
il sospetto di manipolazione paterna tende ad emergere più rapidamente rispetto all’ipotesi opposta.

Ed è qui ke molti padri separati denunciano una disparità culturale ancora presente dentro il sistema.

Negli ultimi anni il dibattito sul cosiddetto rifiuto genitoriale è diventato terreno minato.

Da una parte associazioni di padri separati denunciano:

  • esclusione affettiva;
  • marginalizzazione paterna;
  • tempi giudiziari troppo lenti;
  • collocamenti quasi automatici presso la madre.

Dall’altra, molte associazioni femminili e parte della psicologia clinica contestano l’uso improprio di alcune teorie come la PAS (“Parental Alienation Syndrome”), mai riconosciuta scientificamente nei principali manuali diagnostici internazionali. 

La Corte di Cassazione italiana stessa ha chiarito ke le decisioni sui minori nn possono basarsi su teorie prive di validazione scientifica, ma devono fondarsi su fatti concreti e verificabili. 

Questa precisazione è fondamentale.
Perché protegge sia i figli realmente manipolati… sia i minori ke rifiutano un genitore x motivi autentici e nn indotti.

Il punto forse più grave nn è nemmeno “madre contro padre”.

È il fatto ke in Italia:

  • i tribunali lavorano con tempi enormi;
  • i servizi sociali cambiano qualità da territorio a territorio;
  • le CTU possono avere approcci molto diversi;
  • manca spesso uniformità operativa nazionale.

Il risultato è ke molti figli restano per anni dentro conflitti familiari devastanti senza interventi realmente efficaci.

E più il tempo passa, più il rifiuto relazionale si consolida.

Numerosi protocolli forensi e documenti professionali insistono infatti sulla necessità di:

  • interventi precoci;
  • maggiore specializzazione;
  • uniformità metodologica;
  • centralità reale del minore. 

La legge italiana nn stabilisce ke una madre valga più di un padre.
Ma la cultura italiana, in parte, continua ancora a farlo.

E i tribunali, volenti o nolenti, operano dentro quella cultura.

Questo nn significa parlare di “complotto contro i padri”.
Nn sarebbe serio.
Nn sarebbe corretto.
E soprattutto nn sarebbe dimostrabile.

Ma negare ke esistano automatismi culturali, stereotipi storici e approcci differenti nei conflitti familiari significherebbe ignorare anni di dibattito giuridico, sociologico e psicologico.

Alla fine la domanda vera resta una sola:

quando un figlio smette di voler vedere un genitore, il sistema riesce davvero ad ascoltare il minore senza lasciarsi influenzare dal sesso del genitore rifiutato?

Su questo punto, in Italia, la discussione è ancora apertissima.
E probabilmente lo resterà ancora x molto tempo.

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