L’OMBRA DELLE CASE: LE ULTIME QUARANTOTTO ORE DI AMARENA E I SUOI CUCCIOLI

Pubblicato il 30 ottobre 2025 alle ore 09:00

Ho messo in gara un racconto dedicato ad Amarena, l’orsa ke conosciamo tutti, quella ke nn ha fatto male a nessuno e ke è finita sotto il piombo x la paura e l’ignoranza. L’ho scritto col fegato, senza fiabe zuccherate, senza far finta ke va tutto bene. Se vi va di dare una mano, di far girare una storia ke merita memoria e nn “ricordi a scadenza”, andate qui e votate:

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Nn è x gloria, nn è x l’ego. È x dire ke certi silenzi li pagano sempre gli animali, e stavolta almeno proviamo a far rumore noi. Grazie a ki ci mette un clic e un pensiero.Il resto lo fa la coscienza.

L’OMBRA DELLE CASE: LE ULTIME QUARANTOTTO ORE DI AMARENA E I SUOI CUCCIOLI

Ore −48. L’alba si alza tiepida sui fianchi scuri della montagna. Nel sottobosco il respiro è d’acqua e foglie: un filo di torrente, l’odore umido dei muschi, una chiazza di mirtilli tardivi che macchiano il terreno come inchiostro. Amarena si muove in silenzio, il passo largo ma attento, la testa bassa a cercare il filo buono di ogni odore. Dietro, due ombre più piccole la seguono come stanno in scia i pesci di fiume: inciampano nelle radici, provano a giocare, si arrampicano sui tronchi bassi per imitare la madre, scivolano, si rialzano.

Il primo pasto è fatto di bacche, germogli d’erba, qualche larva trovata sollevando con la zampa una pietra piatta. La montagna ha la voce di sempre, ma il tempo chiede altro. È fine estate. Le giornate si accorciano, il grasso va messo da parte in fretta. Amarena pesa con l’olfatto l’aria che viene dal basso: sa di mais maturo, di prugne cadute, di pollaio. La periferia dei paesi si avvicina ogni anno un po’ di più, oppure è lei che ormai conosce il margine e non lo teme. Il margine ha luci fioche la notte, odori forti il giorno, cani alla catena e frutteti radi; ha porte che cigolano, il ferro delle reti, la mano degli uomini che lascia sale, gasolio, fieno.

Ore −44. Nella penombra del bosco, tra i faggi più giovani, Amarena “parla” con i cuccioli senza suono: ferma il corpo, inclina la testa, trascina una zampa sulla lettiera di foglie e scrive un odore. I piccoli imparano la grammatica della sopravvivenza: seguire la scia della madre, nascondersi se l’aria punge di cane o di uomo, salire su un albero basso nell’incertezza. Uno azzarda una corsa, l’altro si fa osare una lotta: la madre interviene con una spinta breve, il muso contro le spalle, il mondo rientra negli argini.

A mezzogiorno il sole filtra a lame tra le chiome. Amarena sceglie una lingua d’ombra con un’uscita facile; si sdraia. I piccoli montano e scendono come onde, cercano latte. Il legame è caldo, necessario. Il viaggio della loro autonomia è ancora lungo.

Ore −30. La brezza cambia. Dal fondovalle sale il distillato di fienili e cortili: un misto pungente di letame, frutta fermentata, acqua stagnante. Più lontano, un accenno di paese: Villalago, San Sebastiano dei Marsi. Le persiane chiuse il pomeriggio hanno il colore della cautela, i lampioni la notte sono una costellazione disordinata. Amarena conosce i vicoli, o meglio conosce l’idea di quelle linee dure tra case e orti. Nei giorni passati ha attraversato spiazzi e piazze con passo obliquo, come si attraversa un torrente a valle quando la corrente non è cattiva: mai una corsa, mai una sfida. Il mondo degli uomini ha dimensione e rumore, ma non è più mistero.

Con la sera, i passi scendono. L’aria è fresca, la fatica sopportabile, i cuccioli reggono il ritmo. Sull’argine di un campo di mais Amarena trova le pannocchie più esterne, quelle piegate dal vento, a portata di zampa. Le stacca, le apre, mastica lento. I piccoli provano a imitarla, si sporcano il muso di polvere gialla. La madre scandisce il pasto alternando morsi e sguardi verso il buio, la linea invisibile oltre la quale un cane potrebbe abbaiare o un uomo alzarsi dalla sedia.

Ore −24. La notte ha le sue mappe. Amarena si muove come in una stanza conosciuta: costeggia recinzioni, evita i punti dove l’odore d’uomo resta più fresco, passa dove l’erba è schiacciata da giorni. In basso, verso San Benedetto dei Marsi, le ultime case si sfilano come denti radi. La zona contigua del Parco è un’idea, non un bordo segnato; per lei il confine è un suono che aumenta, una luce che si piazza all’improvviso, il cambiamento metallico della terra sotto le unghie quando si sale su cemento.

I cuccioli scuciono l’oscurità con piccoli lamenti di richiesta. Amarena li rimette a posto con un colpo d’occhio e una postura ferma, quasi da roccia. C’è il profumo dolce di prugne, quello acidulo delle mele cadute, il filo di grasso che viene da un pollaio. Sotto il cielo, un cicalio elettrico rigido come un filo.

Quando la fame è placata quanto basta, Amarena risale. Lungo il margine dei pioppi batte piano il suolo, lascia tracce dove vuole ritornare. Domani riposeranno più a lungo.

Ore −18. Il bosco li riprende. Nel ventre di una macchia fresca la luce fa bollire particelle d’oro nell’aria. I piccoli dormono in due gomitoli separati, la madre in diagonale tra loro, come una diga. A tratti Amarena si solleva, alza il muso, legge l’aria: la montagna dice poco, il vento è giusto. Il latte scende di nuovo, la lingua dei cuccioli cerca e trova, la quiete torna.

Sopra, tra foglie e rami, il mondo scorre. Le formiche traslocano larve, un picchio fora un tronco, una lucertola si ferma a guardare. Il tempo sembra largo. La distanza dalle case è quella giusta, né vicino né troppo in alto. Qui Amarena ha cresciuto altri piccoli, qui ha inseguito la sua fame senza attrito. È una madre esperta, non cerca scontri, pesa il rischio come si pesa un masso prima di muoverlo.

Ore −12. Nel pomeriggio la luce si fa dorata. La montagna respira lento, i suoni scendono. I cuccioli giocano all’ombra di un faggio giovane, provano le unghie su una corteccia ruvida. Amarena li chiama con un soffio, loro le vanno addosso come fa la marea con gli scogli. È un’ultima lezione: seguire l’odore della madre, non perdersi nelle curve dell’aria, restare a vista.

Il bisogno di cibo si riaffaccia. L’estate è una stagione di abbondanza che sfuma. Sotto, giù verso le campagne, l’inventario sarà più generoso: frutta caduta, orti lasciati bagnati, secchi, cortili dove l’uovo sa di fresco e di bianco. Amarena riparte quando l’ombra è già lunga. Il sentiero è quello di sempre, l’intenzione anche.

Ore −4. La periferia di San Benedetto dei Marsi ha un volto in penombra. Le case si diradano, i cortili sono quadri scuri, i lampioni disegnano coni pallidi sull’asfalto. Una recinzione taglia un prato, un’altra chiude un orto dove i pomodori sopravvivono agli ultimi giorni. Da un capanno arriva l’odore di galline, segnato di recente, come un’insegna.

Amarena si ferma, ascolta. Lontano un cane lancia due abbai e smette. L’aria non ha il ferro tagliente dell’allarme, non porta collera. La madre misura con gli occhi e col naso la distanza, pesa il silenzio, mette in fila i rischi. L’ha già fatto. Le ultime volte è andata e tornata senza lasciare traccia, se non un segno leggero sul filo d’erba, una piuma predata, la memoria corta degli uomini al mattino.

I cuccioli si accovacciano a cinque passi. Uno sta mezzo sotto un arbusto, l’altro si appiattisce in un solco. La madre li fissa finché l’istinto obbedisce.

Ore −1. L’odore di cibo è vicino, dentro una corte quadrata e bassa. La rete ha maglie spesse, un palo offre passaggio con una piega del terreno. Amarena appoggia una zampa, poi l’altra, il corpo riempie il varco senza toccare ferro. Dentro, il cortile tiene una quiete precaria: sa di legno vecchio, di grano, del caldo residuo della giornata. Un gallo muove un passo nel buio, una gallina si ridesta a metà.

La madre non fa rumore. È una visita breve che dovrebbe finire nel ritorno. Un frutto oltre la rete, un osso dimenticato, una ciotola. I cuccioli non si muovono, la ilarità del gioco è spenta dentro il compito della cautela.

Ora 0. Succede sempre allo stesso modo, quando succede. Una sequenza rapida di suoni cambia la geografia di un luogo. Un rumore secco di metallo, forse uno scatto, forse un infisso che vibra. Un verso corto di gallina. Un latrato strozzato a due case di distanza. Il cortile, fino a un istante fa, era una stanza senza storia; diventa un imbuto.

Il colpo arriva come arrivano i colpi: una lama d’aria, un tuono corto, un tremore del terreno che non è terremoto. Amarena sente il pugno dentro il corpo, l’equilibrio sfila dai muscoli come una corda tagliata. Prova un passo, poi un altro. Non cerca, non pensa. Il suo centro è dove stanno i cuccioli. Piega il cammino verso l’uscita, scarta, esce a metà, cede a un ginocchio che nell’animale non ha nome.

La notte si fa stretta. L’odore del sangue è un fiore scuro. Il mondo dell’uomo ha inghiottito un pezzo di selvatico e, nel farlo, ha rotto una linea che reggeva molte altre linee. Amarena si accascia. Il muso va al suolo, la vista si appanna in una curva bassa. Non c’è sfida, non c’è rancore. C’è il filo che si spezza, secco.

I cuccioli non comprendono il vocabolario della morte, comprendono quello del terrore. Il colpo non è solo un suono: è un vento, una scossa che arriva alle ossa senza passare dagli occhi. Il primo scatta indietro, il secondo parte di lato. L’istinto disegna mappe nuove in un tempo di un battito. Le lezioni della madre restano lì, ma non c’è una madre a raccoglierle. I due corpi piccoli diventano due frecce in direzioni diverse, spinti da un unico verbo: via.

La recinzione che prima aveva un varco ora è una muraglia, e allora la si prende che sia come sia. Una zampa s’impiglia, una piega d’erba aiuta, il terreno trattiene e poi lascia. Fuori, il buio è più grande, ma più giusto. L’odore della madre resta alle loro spalle, come i lampioni, come la voce sorda dell’uomo che, dentro una casa, pronuncia a sé stesso ragioni che il bosco non sa tradurre.

Ore +1. Il paese torna a dormire, o finge. Qualcuno ha visto, qualcuno ha sentito, qualcun altro non vuole sapere. Nel buio, i due cuccioli corrono finché il fiato tiene. Poi si fermano, si chiamano con un lamento breve che rimbalza sugli alberi. Risposta non ne arriva. Il mondo, d’improvviso, è troppo largo.

Ore +6. La montagna ingoia il sentiero dei piccoli. Uno prende una lingua di castagni e segue un impluvio dove l’acqua parla piano. L’altro rimonta tra i rovi e si infila in una piega di valle con terra soffice. Si arrestano a scatti, annusano, cercano. L’odore della madre non è scomparso, è un’eco che si allontana. Il latte non c’è più, il corpo chiede altro. La paura ha rallentato il pensiero, ma non lo ha spento. L’autunno alle porte è un maestro severo.

Ore +12. Nel margine tra campagna e bosco, un frutteto abbandonato offre prugne cadute e vespe che vanno e vengono. Un cucciolo morde senza tecnica, ingoia più aria che polpa, tossisce, riprova. L’altro rovescia con una zampata una cassetta di legno marcio e trova larve bianche. Impara il gesto mentre lo fa. Il giorno brucia piano. Il rumore degli uomini aleggia lontano come un temporale che non cade. Il Parco è vicino, la sicurezza sembra una parola grande.

Ore +24. Le luci dei borghi restano un confine fragile e sempre lì. Villalago trattiene i suoi vicoli, San Sebastiano stringe le persiane. Le ultime case di San Benedetto dei Marsi sembrano più lontane ora che sono alle spalle. La zona contigua è linee sulla carta degli uomini; sulla carta dei cuccioli è una differenza d’odore, una variazione di suolo, un risparmio di rumori. Si muovono seguendo fili invisibili lasciati nei giorni dall’andare e venire della madre, cercando negli interstizi il modo di starci.

La fame li rende più attenti. Scoprono che la notte è complice, che il giorno si patisce meglio all’ombra fitta, che i cani avvisano con anticipo chi sa ascoltarli. Incontrano odori di volpi e cinghiali, di caprioli passati ore prima, di rapaci che hanno lasciato piume. Il mondo si popola di presenze, ma non di conforto. Il sonno arriva a spizzichi, la stanchezza ruba errori.

Ore +36. Il bosco ricompone lentamente il trauma. La quercia che fu testimone a distanza della notte scura rimette su nuovi semi il suo futuro. Il torrente rinnova il proprio racconto a ogni sasso. L’uomo discute, contando responsabilità, soppesando parole. Intanto, in alto, la vita non si ferma. I due cuccioli sono due punti mobili in un disegno che non hanno scelto. Le loro strade si scostano ancora un poco. Uno trova un albero cavo dove infilare il muso e sentirsi temporaneamente la cosa giusta al posto giusto. L’altro sceglie un ciuffo di noccioli dove acquattarsi e ascoltare fino a che non resta più nulla da ascoltare.

Ore +48. La notte ritorna come una medicina o come una promessa. Nel buio, i due cuccioli accostano il muso al suolo e cercano il passato. Non lo trovano. Trovano invece l’uno il proprio odore, se stessi. È un inizio miserabile e vero. Il legame con la madre non è un filo che si spezza senza lasciare tracce; è un tatuaggio antico, una cartina in rilievo sotto la pelle. Impareranno a leggere le correnti, a camminare nelle ore giuste, a non allargarsi troppo. Oppure no. La montagna mantiene i patti solo con chi non li pretende.

Sulla periferia di San Benedetto dei Marsi, il cortile è tornato cortile. La recinzione trattiene galline e memorie. Le luci fioche dei lampioni disegnano la stessa geometria di sempre. Nessuno, osservando da fuori, saprebbe dire che qui si è spezzata una linea che collegava due mondi. Eppure la linea è spezzata. Nel fitto a ridosso dell’Area Contigua del Parco, dove i boschi si sfilacciano in campi e i campi risalgono in siepi, restano sospesi gli odori della notte del colpo. Non c’è didascalia. C’è solo una distanza nuova.

Amarena non c’è più. Restano due scie minute che si allungano lontano. Il bosco le guarda andare senza commentare. Se mai il bosco avesse parole, direbbe che ogni confine è un’ombra, e che il lavoro di chi vive è attraversarla senza trasformarla in buio. I cuccioli ci proveranno. La montagna, paziente, farà quello che sa: offrire strade strette, cibo difficile, ripari mai perfetti. Il resto spetta a chi respira.

Nell’alba chiara, un merlo scodinzola sul margine d’un sentiero. Un cervo passa alto e non lascia una foglia vibrata. La trama ricomincia a tessere se stessa. Non perdona e non spiega. Ricorda. E chi ricorda, a modo suo, protegge.

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