Questa è la storia di un piccolo gigante che nn aveva nessun diritto a sopravvivere, eppure ce l’ha messa tutta.
Nella foresta di Rumuruti Forest, Kenya, un elefante di circa un anno — lo chiamavano Simotua — si è visto consegnato da qualke mano senza scrupoli a un destino brutale. Quel cucciolo nn era solo: era parte di un mondo selvaggio, pieno di pericoli, certo, ma anche di dignità e vita. E invece…
Lo hanno intrappolato in un laccio teso da un bracconiere, gli han piantato una lancia – sì, hai letto bene – e lo hanno lasciato morire: solo, mutilato e in agonia.
La gamba gli era tagliata fino all’osso, il cranio trafitto dalla lancia ke gli ha attraversato la fronte, nn come un graffio, come un marchio infame.
Eppure, ecco la cosa ke dovrebbe farci alzare in piedi anke solo per un momento: quel cucciolo, malgrado il dolore, la disperazione, lo sfinimento, ha resistito. Ha tirato avanti. È stato visto, segnalato, e per fortuna, qualcuno è arrivato.
Il team del Sheldrick Wildlife Trust (una delle organizzazioni ke in Kenya si danno da fare contro l’elefante – e nn solo – e il commercio dell’avorio) è intervenuto.
La segnalazione arrivò il 22 giugno 2015: Simotua era stato localizzato tramite recinzione elettrica vicino al sistema della fattoria “Simba Farm” all’interno della
Ora: immagina te – un elefante di un anno, un pachiderma ke sta appena cominciando la sua vita dentro il branco, dentro la natura – segnato da ferite ke gridano crudeltà: uno strappo nel corpo, una lancia conficcata nella fronte, un laccio ke gli recide carne e osso.
I soccorritori arrivano, e nn aspettano. Coordinati da KWS + Sheldrick team: alle 14:20 del 23 giugno, l’elicottero/vehicle parte, la squadra entra nella tana del dolore, tagliano la recinzione, accedono grazie alla collaborazione della fattoria.
Caricano Simotua su un materasso, lo coprono con una coperta sugli occhi x limitare lo stress, gli legano le zampe – perché la sofferenza nn è solo fisica, è anche panico, paura – e lo trasportano in land-cruiser fino all’aerodromo, poi l’aereo fino al Nairobi National Park, alla nursery di Sheldrick.
Arrivato verso le 18:00, le ferite vengono pulite, trattate, antibiotici, argilla verde x le piaghe, e poi: viene aiutato a bere il latte, venga aiutato a stare in piedi.
In quei momenti lì, devi sapere: nn si trattava solo di “curare un elefante”. Si trattava di dare una chance. Di far capire ke , anche se qualcuno ha deciso che la vita di quel cucciolo nn valesse niente, qualcuno altro avrebbe detto “no, io nn accetto questo”.
E Simotua lo capì. Nn subito, ma cominciò a camminare. Non come “un elefante perfettamente guarito”. Camminava a passi cauti, pieni di speranza. Le sue ferite, sì, lasciavano cicatrici — ma lo spirito non si spezzò. Era già abbastanza x qualcuno ke sembrava avere ogni motivo per arrendersi.
Tra gli orfani della nursery, tra altri elefanti ke hanno perso la famiglia o la madre o sono stati vittime del commercio dell’avorio e dei conflitti uomo-fauna, Simotua trovò un minimo di appartenenza. Le loro proboscidi lo toccavano delicatamente, come a dire: “Nn sei solo”. Quel contatto era la massima medicina possibile. Le mani umane fanno molto, ma le proboscidi di un altro elefante, sopravvissuto al tradimento degli umani, valgono di più di mille sospiri di compassione artificiali.
X qualche settimana Simotua tornò a giocare. Sì, giocare: l’idea ke un pachiderma possa ridere, correre, sbagliare traiettorie, inciampare – e farlo dopo ciò ke gli avevano fatto… è un miracolo che nn porta luci né applausi, ma un silenzio denso ke ti fa dire “Eccolo, ce l’hai fatta”. E la squadra sperava, con tutto se stessi, che un giorno quel piccolo potesse tornare a camminare libero nella natura selvaggia.
Peccato ke la vita sia anche una bestia difficile: alla fine Simotua nn ce l’ha fatta a lungo termine. Il 16 marzo 2016 è morto, nonostante gli sforzi disperati degli operatori che non hanno lasciato nulla di intentato.
Ma vedi: nn voglio che questo diventi un ricordo triste senza speranza. Perché la storia di Simotua è più della sua sopravvivenza. È un colpo di spugna alla crudeltà del commercio dell’avorio, un pugno nello stomaco x ki ancora pensa ke “eh sì, bracconaggio ma cosa vuoi ke sia”. No, roba da gente con mani sporche e coscienza ottusa.
È la prova ke dove l’avidità distrugge – un laccio, una lancia – lì l’amore e il coraggio possono ricostruire. Non in tutti i casi, nn ogni volta, ma possono. E il fatto ke qualcuno abbia risposto, nn solo “poverino” ma “agiamo”, fa la differenza.
Ti invito a nn leggere questa storia come un racconto distante. Questa è roba vera. Brutta. Sporchi lacci, sangue, ossa esposte. Ma anche gente ke alza le maniche e nn chiede permission per esserci. Voglio ke la sensazione ti resti: “Se lo hanno fatto a lui, lo possono fare a tanti”. E “Se lo stavano salvando, lo possono salvare altri”.
Se qualcuno mi dice “Ma il tuo cane era davvero felice?”, allora questa domanda deve essere rivolta anche qui: “Quel mondo selvaggio stava vivendo davvero o lo stavano condannando?”. Perché umanizzare un animale rischia di diventare l’ennesima violenza: l’elefante ce l’ha fatta perché ha potuto essere elefante, nn un tappetino per foto.
Ecco perché lo racconto a te, oggi, perché tu lo sappia: ogni volta ke vedi un gesto a favore della natura, dietro c’è un laccio tagliato, una gamba spezzata, un cranio trafitto, e poi una mano ke cura, una proboscide ke abbraccia, una speranza ke risorge. Il valore nn sta solo nella guarigione fisica, ma nella dignità ke qualcuno ha detto “ristabiliamo”.
Lascia ke questa storia sia motivo di rabbia e speranza. Rabbia x la crudeltà ke esiste — speranza x la misura in cui possiamo contrastarla. Nn ke sia facile. Nn ke tutte le storie abbiano lieto fine. Ma finché un Simotua può avere una chance, vale la pena lottare.
Ti lascio con questo pensiero: se vedi qualcuno ke parla di “liberare la natura”, chiedigli cosa intende x “liberare”. E se trovi qualcuno ke ignora ciò ke accade dietro le quinte, urlagli dentro: “Guarda questo laccio, guarda questa ferita, salva quel cucciolo”. Nn perché sia print-instagramabile ma perché sia vero.
E se vuoi, possiamo raccontare insieme altre storie come quella di Simotua — storie ke nn servono a farti sentire bene, ma a spingerti a fare.
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