Le “gattare” degli anni Sessanta: tra vuoto pubblico e buona fede privata
Negli anni Sessanta l’Italia era un Paese in corsa. Fabbriche, cemento, boom economico. Ma mentre si costruivano case e strade, il tema del randagismo animale semplicemente nn esisteva. Zero leggi, zero servizi veterinari pubblici, zero cultura diffusa sul benessere animale. I gatti c’erano, eccome se c’erano. Invisibili come il problema.
In quel vuoto nascono le cosiddette gattare. Non come categoria, non come movimento, ma come risposta individuale a un’assenza collettiva. Donne – quasi sempre donne – che davano da mangiare a colonie nei cortili, sotto i portoni, dietro i mercati. Lo facevano prima del lavoro, dopo, con sacchetti di fortuna e avanzi. Nessuna tutela, nessun riconoscimento. Spesso solo scherno.
Ed è vero: venivano derise, isolate, considerate eccentriche. Ma attenzione a nn trasformarle in figure mitologiche. La maggior parte agiva in totale solitudine, senza strumenti, senza conoscenze veterinarie, senza possibilità di sterilizzare. Nutrire era l’unica cosa possibile. E nutrire, in quel contesto, era già tanto.
Qui sta il punto chiave: non era attivismo, era sopravvivenza tamponata.
Buona fede, sì. Dedizione, spesso sì. Ma anche limiti enormi. Colonie che crescevano senza controllo, malattie diffuse, sofferenza che si riproduceva insieme ai cuccioli. Non per cattiveria, ma per mancanza di alternative. Questo va detto, xké è la verità storica.
Il problema non erano le gattare.
Il problema era lo Stato assente, la cultura assente, la scienza fuori dal dibattito pubblico. In quegli anni nessuno parlava di sterilizzazione come strumento etico, nessuno di equilibrio urbano, nessuno di responsabilità collettiva. Tutto restava sulle spalle di singoli individui, spesso fragili, spesso soli.
Solo decenni dopo si è iniziato a capire che nutrire non basta, che senza gestione sanitaria e normativa si crea un ciclo infinito di sofferenza. Ed è proprio grazie agli errori – involontari – di quel periodo che oggi esistono leggi, protocolli, ASL, volontari formati. Non x negare il passato, ma x superarlo.
Raccontare oggi le gattare degli anni ’60 solo come eroine silenziose è comodo, ma incompleto.
Raccontarle solo come problema è ingiusto.
La verità sta in mezzo: furono una risposta umana a un deserto istituzionale. Nulla di più, nulla di meno.
Capirlo serve a nn ripetere gli stessi sbagli, travestendoli da romanticismo.
Perché la tutela animale, quella vera, nn nasce dal cuore soltanto.
Nasce quando il cuore incontra metodo, responsabilità e limiti chiari.
Il resto è nostalgia. E la nostalgia, sugli animali, fa danni.
©Mirco@77
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