A novembre scorso avevo scritto un pezzo ke molti hanno letto scuotendo la testa.
Qualcuno ha pensato: esageri.
Qualcun altro: sì ok, ma prove?
Altri ancora hanno liquidato tutto come l’ennesima storia troppo nera x essere vera.
Oggi quella storia ha fatto un passo avanti.
Brutto. Pesante. Irreversibile.
Xché adesso nn parliamo + solo di testimonianze, documentari, racconti ke fanno venire la pelle d’oca.
Parliamo di un indagato italiano, ottantenne, iscritto nel registro della Procura di Milano x i cosiddetti “safari” di Sarajevo.
Un nome ancora coperto.
Un’accusa ancora tutta da dimostrare.
Ma un fatto è certo: la giustizia si è mossa.
E quando la giustizia si muove dopo trent’anni, nn è mai per folklore.
Nel mio articolo di novembre scrivevo ke l’idea di pagare x sparare a civili sembrava roba da film sporco, di quelli ke nemmeno in seconda serata avrebbero il coraggio di mandare in onda.
Oggi scopriamo che forse, qualcuno, quel film lo ha girato davvero. Senza telecamera. Con munizioni vere.
Donne in fila per l’acqua.
Vecchi affacciati a una finestra.
Bambini ke correvano, xké correre è l’unica cosa ke ti resta quando nn capisci la guerra.
Quella roba lì.
Trasformata in intrattenimento.
E no, fermiamoci subito: indagato nn vuol dire colpevole.
Lo ripeto apposta, x quelli ke confondono la sete di giustizia con il linciaggio da tastiera.
Ma nemmeno possiamo fare finta di niente.
Xké se un fascicolo è aperto, se un uomo viene convocato, se i magistrati parlano di omicidio volontario aggravato, allora il problema è reale. Eccome se lo è.
Nel pezzo di novembre mi chiedevo: possibile ke nessuno abbia mai pagato?
Possibile ke questa roba sia rimasta sospesa, come una leggenda nera buona solo x documentari di nicchia?
Oggi quella domanda pesa di più.
Molto di più.
Perché se anche una sola persona avesse preso parte a quella follia, allora il punto nn è più quanti erano.
Il punto è come ci si arriva.
Ke salto mentale devi fare x guardare un essere umano e vederci un bersaglio.
Ke vuoto devi avere dentro x scambiare l’adrenalina con la morte altrui.
Ke razza di educazione emotiva ti è mancata per tutta la vita.
E qui lo dico chiaro, senza sconti:
questa storia nn riguarda ideologie, caccia, armi, bandiere.
Ki prova a usarla x regolare conti politici è parte del problema.
La responsabilità è individuale. Sempre.
Ma il deserto morale ke emerge è collettivo.
Xké certe mostruosità nn nascono dal nulla. Crescono nel silenzio, nell’indifferenza, nel “ma sì, saranno esagerazioni”.
A novembre scrivevo ke la realtà, quando vuole, supera anche i film più luridi.
Oggi aggiungo una cosa:
la realtà fa più schifo xké nn ha bisogno di sceneggiatura.
Le basta un uomo qualunque, un’arma, un portafoglio e l’idea malata di sentirsi dio per qualche secondo.
La giustizia farà il suo corso.
Lento, imperfetto, come sempre.
Ma intanto resta quella sensazione addosso, ruvida, che nn va via:
che il male vero nn urla.
Spara.
E poi torna a casa convinto di aver vissuto “un’esperienza”.
©Mirco@77
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