Sabato pomeriggio, località Alpicella, un ragazzo di 23 anni (identificato negli articoli ma qui restiamo sul generico) viene colpito alla testa da una “rosa” di pallini sparati da un fucile durante una battuta di caccia. Un colpo che poteva essere fatale. Invece “codice giallo”, nessun pericolo immediato x la vita secondo fonti ospedaliere. Ma questo nn ci assolve da un dovere morale: qualcuno deve rispondere, qualcuno deve fare i conti.
Le sirene, l’elicottero o l’automedica, la corsa verso Ospedale San Martino – scena ke nessuno si aspetta di vivere quando si indossa il giubbone mimetico e si impugna un’arma. Eppure è accaduto. Dentro c’è un ragazzo ke ha scelto di uscire a sparare alla fauna – e si ritrova lui stesso bersaglio. E la domanda ke si insinua è: quanto è sicuro quel “gioco” ke molti trattano come se fosse innocuo?
Le indagini sono aperte a cura dei Arma dei Carabinieri della Compagnia di Sestri Levante. X ora nn ci sono capriole mediatiche o accuse definitive: “dinamica da appurare”, “responsabilità da verificare” si legge nei comunicati. Ma la verità è ke quando un colpo finisce a prendere la testa di un ragazzo, le responsabilità nn restano un dettaglio da diplomatici: restano un macigno per la coscienza.
E poi l’ipocrisia: “nn in pericolo di vita” viene comunicato come se fosse rassicurante. Ma vogliamo davvero ke quella diventi la soglia accettabile? Una persona “nn in pericolo di vita” sta bene? Una testata locale lo dice chiaro: “ferito alla testa”, “trasferito al pronto soccorso”, “lesione da pallini”. Nessuna retorica dell’eroe, nessuna glorificazione del cacciatore come simbolo patriarcale: solo un episodio ke poteva essere evitato.
Xché evitare? Xché il punto nn è se il ragazzo sia in agonia o se abbia perso la vista – benché tutte queste cose possano accadere in un attimo. Il punto è: siamo sicuri ke il sistema – leggi, controlli, buone pratiche – stia facendo davvero il suo mestiere? Le armi da caccia nn sono giocattoli. Nn lo sono i pallini. Nn lo è la distrazione. Qualcuno ha puntato, sparato, o forse ha avuto la mani tremanti, o forse l’arma è scattata da sola. Ma nn è una scusa.
E infine: cosa dire ai familiari di quel ragazzo? Alle sue paure mentre immagina cosa poteva succedere. Alla sua rabbia o sorpresa. Alla coscienza degli altri cacciatori ke continuano con routine come se nulla stesse accadendo. Il richiamo ke faccio è questo: nn lasciate che episodi come questi restino “un fatto di cronaca”. kiedetevi: “ma il mio fucile, la mia battuta di caccia, il mio comportamento sono davvero al sicuro?”. Perché la prossima volta potremmo essere noi o – più drammatico – un innocente ke non ha nulla a che vedere con l’azione.
La battuta di caccia nn è tradizione. È crudeltà. E quando qualcuno sbaglia, qualcuno paga. Anche se nn muore. Anche se nn perde la vita. Xché perdere un po’ di tempo, un colore, una parte della speranza può essere già troppo.
Mirco Francioso
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