Ci sono notizie che ti fanno sobbalzare sulla sedia anche se, come me, sei abituato a leggere di fauna massacrata come fosse roba da discount. L’operazione “Pettirosso”, quella che in questi giorni sta rimbalzando un po’ ovunque, è una di quelle storie dove la realtà supera la narrativa buonista che una parte del mondo venatorio prova sempre a raccontare: “noi siamo i regolari, i bracconieri sono un’altra cosa”. Eh già. Peccato che stavolta, oltre a uccelli infilati in freezer e farmaci dopanti per far cantare meglio i richiami vivi, siano saltati fuori tesserini venatori e licenze di caccia ritirate.
E lì, mi dispiace, ma le favole finiscono.
Partiamo dal titolo che molti hanno letto: Il Giorno annuncia “135 persone denunciate fra Bergamo, Brescia e Mantova”. Sembra quasi una storia locale, circoscritta, un episodio da cronaca di provincia. Ma quando vai a scavare, quando incroci ciò ke i Carabinieri Forestali hanno diffuso come dati ufficiali, scopri ke la cartina è molto più larga: Padova, Venezia, Verona, Vicenza. Tutta l’area prealpina veneto-lombarda. Non tre province. Sette.
Capisci bene ke già questo dovrebbe far alzare il sopracciglio: come fai a raccontare un’operazione del genere lasciando fuori mezza mappa?
Non è fake news, x carità, ma è quel taglio riduttivo ke trasforma un terremoto in una scossetta. E qui, di scossette, non ce ne sono proprio.
Perché “Pettirosso” non è stata una retata qualunque. È stata una delle operazioni più pesanti degli ultimi anni: 2.467 uccelli sequestrati tra vivi e morti, oltre 1.110 dispositivi illegali (trappole, reti, richiami acustici elettronici vietati da una vita), armi da fuoco, munizioni, kit per contraffare gli anellini identificativi, perfino confezioni di farmaci dopanti.
Un’organizzazione? Forse no. Ma di certo un sistema, radicato, con la testa in più province e le mani ovunque.
La parte ke interessa a me – e immagino pure a te se stai leggendo – è questa: nei comunicati e nelle ricostruzioni delle testate ke hanno riportato integralmente i dati dei Forestali, si legge una frase che cambia tutto. Una frase ke smonta decenni di slogan venatori.
«È stato disposto il ritiro cautelare di numerose armi e delle licenze di caccia.»
Capito?
Licenze di caccia.
Tesserini.
Non “gente improvvisata nel bosco con due reti e un cappellino mimetico”.
Cacciatori. Con permesso. Con porto d’armi. Con tutto l’armamentario “regolare”.
Questo non vuol dire – e lo preciso prima che qualcuno gridi – ke tutti i 135 denunciati fossero cacciatori. Quel numero non è stato reso noto. Ma se l’Arma parla di “numerose” licenze ritirate, vuol dire ke una fetta consistente di quei signori non era affatto “estranea al mondo venatorio”.
Anzi: ne faceva parte.
E ne abusava.
E questa è la parte ke a molti dà fastidio leggere, perché rompe la barriera artificiale costruita negli anni fra caccia “sportiva” e bracconaggio. Barriera comoda, certo, soprattutto per chi vuole continuare a dire “noi siamo quelli bravi”.
Ma la verità è un’altra, più amara: il tesserino da solo non fa l’etico.
Il tesserino non ti salva dalla tentazione della rete a tramaglio.
Il tesserino non ti impedisce di dopare un richiamo vivo x fargli cantare meglio.
Il tesserino non ti rende un guardiano dell’ecosistema.
E “Pettirosso” lo dimostra: tra chi trappolava pettirossi, capinere, fringuelli, c’erano persone che quel tesserino ce l’avevano eccome. Tanto che adesso gli è stato tolto.
È giusto sottolineare questa parte?
Sì, e ti dico pure xké: perché per anni i cacciatori hanno provato a presentare il bracconaggio come una piaga “altra”, come se fossero marziani. E invece no.
Una buona parte del bracconaggio italiano – quello strutturato, quello con le reti nascoste nelle vallate, quello con i richiami elettronici accesi alle 4 del mattino – nasce dentro il mondo venatorio, non fuori.
E quando lo dici, certi si offendono.
Quando lo dimostrano i Carabinieri, invece, cala un silenzio sospetto.
L’altro dato ke passa quasi inosservato è la presenza di farmaci dopanti. Questo dettaglio, ke sembra roba da cronache di doping umano, in realtà rivela un mondo ancora più sporco: gli uccelli da richiamo devono cantare “meglio” e “più forte”, quindi gli vengono somministrate sostanze ke alterano il comportamento.
Chi fa questo non è un ragazzino ke ha trovato una gabbietta in garage.
È qualcuno ke sa cosa sta facendo.
È qualcuno dentro la filiera.
Difficile ke sia un turista della domenica.
Alla fine, quello ke resta da dire è semplice: “Pettirosso” non è la storia di quattro disperati che appendono una rete in valle. È la fotografia nitida di un pezzo di sistema venatorio che, quando nessuno guarda, scivola nel bracconaggio come fosse la cosa più normale del mondo.
Ed è per questo ke il titolo che hai davanti non è uno slogan, ma un dato:
bracconieri = cacciatori (con tesserino),
perché se in un’operazione del genere saltano armi regolarmente denunciate e licenze ritirate, la distinzione diventa solo retorica.
E la retorica, davanti a 2.467 uccelli sequestrati, onestamente, fa ridere amaramente.
©Mirco@77
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