C’è una verità ke facciamo finta di nn conoscere: l’abbondanza che ostentiamo a tavola è costruita sulla sofferenza. Il consumismo ha trasformato la carne in un prodotto qualsiasi, una roba da scaffale, come se dietro non ci fossero milioni di animali nati e morti dentro una macchina che li stritola. E il paradosso? Produciamo una montagna di carne che serve solo al 60% della reale richiesta. Il resto è surplus, spreco, ego.
Gli allevamenti intensivi sono la catena perfetta di questo sistema: spazi ridotti, vite accelerate, animali ingozzati e spremuti fino all’ultimo. Una produzione che corre più veloce della domanda reale, xké il mercato vuole “abbondanza”, nn equilibrio. In Europa e nel Nord America – Inghilterra e Paesi nordici inclusi – la produzione supera di gran lunga il consumo effettivo, e una parte enorme finisce nella pattumiera.
Sembra una bestemmia detta così, ma è la verità: buttare carne significa buttare esseri viventi. Non scarti. Non avanzi. Vite.
Animali nati, cresciuti, trasportati, macellati, imballati… e poi sprecati xké qualcuno ha cucinato troppo, ha comprato troppo, o ha pensato ke “è meglio abbondare”.
E qui arriviamo al punto più schifoso: lo spreco programmato.
Soprattutto in certe zone – e lo sappiamo tutti – vale ancora la regola del “preparo il doppio così faccio bella figura”. Tavolate infinite, piatti ke girano pieni solo per decorazione, montagne di cibo ke nessuno mangerà. È un teatro dell’ego, un rito da vecchio mondo che però oggi costa caro: ambientale, etico, sociale.
La carne è tra i cibi meno sprecati in peso, ma è quella che pesa di più sull’ambiente. Buttarne anche solo una piccola percentuale vuol dire: acqua consumata per niente, mangimi sprecati, suolo strizzato fino all’osso, emissioni inutili, sofferenza animale aggiunta al conto. Una gabbia di ferro, inutile e crudele.
In Europa lo spreco alimentare arriva a oltre 100 kg l’anno per persona.
Una fetta enorme arriva proprio dalla carne: ristoranti, supermercati, famiglie che comprano “per sicurezza”, e poi buttano “perché era troppo”.
In Nord America il quadro è pure peggio: iperproduzione da record e sprechi da capogiro.
Il risultato?
Un sistema dove alleviamo animali in condizioni pietose, li uccidiamo in massa, ne consumiamo una parte e del resto ce ne liberiamo come se nulla fosse. È una catena irrazionale, incoerente, ke si sostiene solo xké nessuno la vuole guardare da vicino.
Il punto vero è l’ipocrisia collettiva: tutti vogliono il piatto pieno, nessuno vuole vedere cosa c’è prima.
E intanto gli allevamenti intensivi continuano ad aumentare la produzione per inseguire un consumismo che si regge sulla psicologia del troppo, nn del necessario.
Serve una presa di posizione netta:
– produrre meno e meglio, in linea con una domanda reale, nn gonfiata;
– ridurre lo spreco alimentare a tutti i livelli, da chi compra a chi cucina;
– riconoscere che buttare carne è un atto violento tanto quanto produrla senza criterio;
– smettere di confondere “abbondanza” con dignità.
Perché un animale che finisce nel cassonetto non è uno “scarto”: è una vita sprecata.
E noi, in quella parte di mondo ricco che confonde opulenza con civiltà, dovremmo finalmente guardarci allo specchio e ammettere ke così nn è più sostenibile, nn è più accettabile, nn è più umano.
©Mirco@77
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