Trentacinque giorni.
Manco il tempo di capire di essere vivo, e già qualcuno ha deciso quando devi morire. Questo è il broiler: un animale ke nasce già con la data di scadenza stampata addosso. Neanche il latte al supermercato è trattato così.
Nasci sotto luci accese giorno e notte, senza un’ora di buio. Cresci su una lettiera ke brucia, respiri ammoniaca come se fosse aria fresca. E intanto la gente fuori si lamenta del fumo delle stufe. Proporzioni, sempre quelle: noi ke ci offendiamo per un graffio, mentre loro vivono letteralmente a pelle ustionata.
Il corpo del broiler? Una fabbrica ke corre fuori giri. Crescita velocissima, ossa ke cedono, cuore che arranca. Nn è “natura”, è ingegneria spinta. È come costringere un bambino a diventare un culturista in un mese. E se si rompe? Amen. Avanti un altro.
Tanto ce ne sono migliaia, tutti uguali, tutti senza nome.
Dentro un capannone nn c’è vita: c’è rumore, polvere, aria pesante ke ti inchioda i polmoni. Gli animali nn camminano: trascinano le zampe. Molti nn arrivano nemmeno alla fine. Li trovi stesi, schiacciati, calpestati dagli altri ke cercano un centimetro libero. Un centimetro, capisci? Nn un prato. Nn un cortile. Uno spazio minuscolo x respirare.
E noi?
Facciamo finta di niente.
Compriamo un pollo intero come se fosse un biscotto. Lo cuciniamo mentre guardiamo la partita. “Mangia ke è proteina buona”. Proteina. Nemmeno lo chiamiamo più animale. Ci dà fastidio perfino dirlo.
Poi arriva il giorno 35.
Il giorno in cui tutti diventano “pronti”.
Li prendono x le zampe, li infilano nelle casse. Nn è delicatezza: è velocità. Via, via, via. Il capannone deve svuotarsi.
È una catena, un ritmo. Un animale ogni pochi secondi. Il tempo ke tu impieghi a leggere questa riga, loro lo impiegano a caricare un altro essere nel camion.
Il viaggio verso il macello è un’altra botta: caldo, freddo, scossoni, paura. Nessuno apre la portiera per controllare come stanno. Nn è un trasporto animali: è logistica. E la logistica nn ha cuore. Ha orari.
Arrivano al macello mezzi morti. Spaventati.
E spariscono. Letteralmente. In pochi minuti nn esistono più. Diventano un petto a 3,99 euro.
Una pubblicità con la scritta “fresco e leggero”.
Una vaschetta di plastica che rappresenta, da sola, il punto più basso del nostro rapporto con gli animali.
La realtà è semplice e pure brutta da ingoiare:
questi 35 giorni sono una corsa forzata dentro una vita ke vita non è.
È sfruttamento. Puro, nudo, diretto.
E lo accettiamo perché ci fa comodo, perché costa poco, perché guardiamo dall’altra parte.
Nn servono poesie.
Nn servono frasi filosofiche.
Basta guardare i fatti in faccia: nn c’è niente di normale in tutto questo.
E finché ci racconteremo ke è “solo un pollo”, continueremo a fingere ke la sofferenza di un animale valga meno del nostro sconto al supermercato.
Trentacinque giorni x vivere, cinque minuti x mangiarlo, zero secondi x pensarci.
Questo è il problema.
©Mirco@77
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