SAFARI UMANO: QUANDO LA REALTÀ SUPERA I FILM PIÙ SPORCHI

Pubblicato il 19 novembre 2025 alle ore 09:35

Ci sono storie che, quando le leggi, ti fanno pensare ke qualcuno stia esagerando.
Che ci sia di mezzo un regista in crisi creativa, uno di quelli che per rilanciare la carriera inventa una trama assurda, sporca, da spingere il pubblico a dire: “No vabbè, troppo anche per Hollywood”.
E invece no.
A volte è la realtà che si mette di impegno per superare la fantasia peggiore. E ci riesce pure bene.

Negli ultimi mesi, l’inchiesta aperta dalla Procura di Milano ha riportato a galla una vicenda che sembra partorita da un incubo collettivo: durante l’assedio di Sarajevo, qualcuno pagava per sparare ai civili. Non soldati. Non combattenti. Persone normali: donne che andavano a prendere l’acqua, anziani affacciati a un balcone, bambini ke correvano con una palla in mano. La solita quotidianità che si reggeva a fatica in una città schiacciata dalla guerra.

Questa storia—chiamiamola “storia”, anche se è un termine troppo pulito—non nasce da chiacchiere da bar. Nasce da testimonianze, da materiali consegnati ai magistrati, da ricostruzioni documentate. E adesso è tutto sul tavolo della giustizia italiana: un fascicolo aperto, nomi da verificare, riscontri da incastrare.

La vicenda ipotizza un fenomeno che qualcuno ha definito “turismo da cecchino”. Gente facoltosa—di varie nazionalità—portata sulle colline attorno alla città per giocare alla guerra come fosse uno sport estremo. Un “pacchetto avventura” degno dei peggiori film distopici degli anni ’90, quelli che noleggiavi in VHS e restituivi con un senso di nausea perché erano troppo brutti per essere credibili.

Eppure, a quanto emerge dalle indagini, qualcuno lo avrebbe fatto davvero.
Non per sopravvivere.
Non per difendersi.
Ma per provare “l’adrenalina del colpo perfetto”.
Così dicono le testimonianze raccolte nel tempo.

Si parla anche di un tariffario—non ancora provato giudiziariamente, ma presente in più resoconti indipendenti—con i bambini come “bersagli più costosi”. Solo scriverlo dà fastidio allo stomaco. E infatti viene spontaneo fermarsi un attimo e chiedersi: com’è possibile ke un essere umano arrivi a concepire una cosa del genere senza vomitare sulla propria ombra?

Nel mezzo, l’Italia entra in scena.
Non come protagonista ufficiale, ma come potenziale comparsa.
Secondo ciò che emerge nelle ricostruzioni, tra questi “turisti dell’orrore” ci sarebbero stati anche cittadini italiani. Tre? Dieci? Uno? Nessuno?
La verità, x adesso, è semplice: non è stato identificato nessuno.
La Procura indaga, cerca riscontri, verifica testimonianze.
Non esistono nomi, non esistono accuse formali.
Non esistono condanne.
Solo una domanda gigantesca che galleggia come una macchia nera:
se fosse vero, quanti erano? e soprattutto… come hanno potuto?

In una guerra già devastante, dove oltre diecimila persone hanno perso la vita e più di millecinquecento bambini non sono mai diventati adulti, l’idea che qualcuno sia salito su una collina per “provare l’emozione del tiro” sembra un insulto al concetto stesso di esistenza.

E qui arriva la parte più amara. Perché la morte, in guerra, purtroppo la conosciamo: fa parte del pacchetto di atrocità che ogni conflitto porta con sé. Ma trasformarla in intrattenimento… quello è un salto qualitativo nel buio, qualcosa che nemmeno i film più luridi hanno avuto il coraggio di proporre senza aggiungere almeno un cattivo con la risata stereotipata.

In questa storia, invece, non ci sono cattivi in stile cinema.
Non ci sono maschere, sigle, organizzazioni misteriose.
Ci sono uomini in carne e ossa.
Con le tasche piene.
E, da ciò che emerge, con un senso della vita altrui che valeva meno del rumore di un proiettile scaricato.

Eppure bisogna stare attenti.
Lo dico senza tremare: l’indagine è in corso, e finché non ci sono prove giudiziarie, nessuno può essere trasformato in un colpevole immaginario.
Nessuna categoria va tirata in mezzo, nessuno va etichettato.
Questa storia, con tutte le sue ombre, riguarda singoli individui—chiunque essi siano—e non classi sociali, passioni o hobby.
La responsabilità è personale, sempre.
E non esiste scorciatoia per farla diventare collettiva.

Rimane peró una domanda che, onestamente, mi graffia:
com’è possibile che qualcuno, guardando un bambino muoversi in un cortile, l’abbia visto come un “bersaglio”?
Com’è possibile che un essere umano trovi eccitante quella tremenda distanza tra un mirino e una vita fragile?
A pensarci bene, non c’è film, non c’è sceneggiatura, non c’è thriller mal scritto capace di reggere il confronto con questa follia. Perché la fantasia, anche quando è lurida, resta pur sempre fiction.
Qui invece siamo davanti a una realtà che, se confermata, non lascia spazio a redenzioni cinematografiche o riscatti all’ultimo minuto.

Qui c’è solo un deserto morale.
Di quelli che fanno rumore anche quando taci.

E mentre la giustizia cerca la verità, rimane una malinconia secca:
che il male, quello vero, nn ha bisogno di effetti speciali per essere mostruoso.
Gli basta un uomo qualsiasi con un’arma, un portafoglio e un ego abbastanza vuoto da scambiare la morte per un gioco.

©Mirco@77

 
 

 

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