In Italia c’è una strana gerarchia del dolore. Se una donna viene uccisa — com’è giusto — scoppia il terremoto mediatico: speciali, talk-show, fiaccolate, hashtag, politici in parata.
Quando invece un uomo, magari separato, magari crollato sotto debiti, solitudine e tribunali, si toglie la vita… silenzio. Due righe in cronaca locale, e via. Un morto “scomodo”, ke nn rientra nel copione della narrazione accettabile.
Il ritaglio di giornale ke gira da anni parla di “duecento mariti separati ke si uccidono ogni anno”. Il numero nn è scolpito nella pietra — lo abbiamo visto: è una stima, nn un dato ISTAT. Ma il punto è ke la sostanza resta: gli uomini separati, divorziati, tagliati fuori dai figli, sono tra le categorie più a rischio suicidio.
E questa cosa qui, in un Paese ke si riempie la bocca di “famiglia”, nn interessa a quasi nessuno.
Xché? Xché l’uomo ke crolla nn fa notizia. Nn porta click. Nn alimenta battaglie ideologiche. E soprattutto mette a nudo qualcosa che nn piace a nessuno: ke anche gli uomini soffrono, cadono, si sfascianno dentro finché un giorno si arrendono.
Nn c’è folklore su questo. Nn c’è glamour. C’è solo la cruda verità: è più facile parlare del “mostro” ke uccide la moglie, ke del padre ke si uccide xché nessuno lo ascolta.
Il femminicidio è un orrore reale, strutturale, da combattere senza se e senza ma. Ma il suicidio maschile — soprattutto quello legato a separazioni devastanti — è un’altra emergenza ke nessuno vuole affrontare. Nn perché nn esista, ma xché obbligherebbe a guardare anche le crepe nel sistema: tribunali intasati, tutele sbilanciate, supporto psicologico inesistente, povertà ignorata.
E allora, sì: continuiamo a denunciare i femminicidi. Ma smettiamola di ignorare la metà nascosta del disastro.
Xché le vite che si spezzano nn fanno differenza: il sangue è sempre rosso, ank quando non fa audience.
©Mirco@77
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