FEMMINICIDIO: LA MORTE DEL DIRITTO PENALe (E DEL BUON SENSO)

Pubblicato il 29 novembre 2025 alle ore 11:08

Con questa storia del “femminicidio” abbiamo passato il punto di non ritorno: il diritto penale è ufficialmente MORTO. Morto stecchito, lasciato sul tavolo delle chiacchiere TV mentre i giuristi veri si mettono le mani nei capelli.

Se un reato ha bisogno di un prefisso sociologico o ideologico, se dobbiamo specificare il sesso della vittima xké l’omicidio sia ritenuto “grave”, allora abbiamo tradito tutto.

Abbiamo ucciso il principio base:

l’omicidio è l’omicidio. Fine.

Un crimine contro la vita. Punto.

La morte di una donna nn “vale” più della morte di un uomo. Nn pesa di più, nn brilla di un’etica speciale. La vita, o è sacra sempre, o è una fiera dell’ipocrisia.

Questo “femminicidio”e la deriva ke sta uccidendo il Diritto – ke tecnicamente nn esiste com reato a sé – è diventato una bandierina mediatica. Una di quelle ke sventolano bene nei talk show, fanno piangere a comando, ma svuotano la legge di senso.

Marketing politico puro, condito di lacrime a orologeria.

E allora qualche domanda: avevamo davvero bisogno di inventarci un nome nuovo?

La risposta è NO, e il Codice Penale lo grida da decenni:

Uccidi una persona xké la odi? → Art. 575, aggravato dal movente abietto.

Uccidi tua moglie? → Art. 577, omicidio del coniuge.

La legge ha già tutti gli strumenti x distinguere tutto: l’omicidio passionale da quello seriale, la premeditazione dal raptus, la crudeltà dall’eccesso.

Funziona? Sì.

È sufficiente? Sì.

Allora xké buttare tutto alle ortiche?

Perché oggi nn interessa più applicare la giustizia. Oggi l’obiettivo è spettacolarizzare il dolore, incartarlo bene, infiocchettarlo, e creare la categoria della “donna martire”, necessaria x giustificare una pena “speciale”.

Peccato ke la legge nn dovrebbe guardare chi sei, ma cosa hai fatto.

Questa legge è una mancanza di rispetto verso le donne.

Sì, proprio verso di loro.

Tutte quelle donne ke hanno lottato x decenni – nelle piazze, nei tribunali, nei luoghi di lavoro – x ottenere parità, diritti, dignità… oggi si ritrovano una legge che le dipinge come fragili, inferiori, da proteggere “più degli altri”.

Questa nn è tutela.

Questa è una regressione.

È dire alle donne: “Siete così deboli ke abbiamo bisogno di un reato speciale x voi.”

È uno schiaffo alle conquiste storiche.

È la cancellazione pratica della parità ottenuta col sangue, la fatica, la dignità.

La vera uguaglianza è una: stesse tutele, stesse pene, stessi diritti.

La giustizia deve essere cieca, nn paternalista.

Le donne meritano di più di una legge scritta solo x fare audience.

Meritano rispetto, giustizia, equità vera.

Non una vetrina politica.

È un pugno nello stomaco, lo so.

Ma ancora una volta: è la verità.

©Mirco@77

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