L’ULTIMO ABBRACCIO: LE 24 ORE CHE NESSUN BAMBINO DOVREBBE VIVERE. IL CASO GIOVANNI E IL TRADIMENTO DELLE ISTITUZIONI

Pubblicato il 1 dicembre 2025 alle ore 08:32

Nessuno si ricorda mai l’odore delle ultime cose.
Io sì.
Anche se nn dovrei più ricordare niente.

L’ultima notte l’ho passata a casa di papà.
Papà dice sempre ke io, quando dormo, faccio quei versetti strani, tipo i cagnolini appena nati. Lui ride, ma una volta mi ha detto piano: “È quando sei più tranquillo, Gio'. Quando respiri senza paura”. Io nn ho capito bene cosa intendesse, xké i grandi parlano sempre come se dovessero nascondere qualcosa.

Quella notte, però, l’ho sentito diverso.
Faceva avanti e indietro nel corridoio.
Io fingevo di dormire, ma lo vedevo dalla fessura della porta: le mani nei capelli, il cellulare in mano, poi lo metteva giù, poi lo riprendeva.
Sembrava ke aspettasse una notizia ke nn arrivava mai.

Io mi sono girato nel letto, ho stretto il mio pupazzetto morbido e mi sono immaginato di correre in giardino.
Nel sogno c’era la luce dell’alba e il profumo dell’erba bagnata.
Nel sogno papà rideva, rideva come quando gli tiro la maglietta x giocare.
Nel sogno io correvo veloce, più veloce di quello ke riesco a correre davvero.

Poi, però, nel sogno la luce diventava strana.
Come quando il cielo si chiude.
Ho sentito un brivido dietro la schiena, uno di quelli ke i bambini sentono ma nn sanno spiegare.
E nel sogno mi veniva voglia di chiamare papà.

Mi sono svegliato ke fuori era ancora buio.
Papà era seduto accanto al letto.
“Ti ho svegliato io?” mi ha chiesto piano.
Ho fatto no con la testa, anche se nn era vero.

Mi ha sfiorato i capelli con la mano.
Un gesto piccolo, quasi invisibile… ma lo sento ancora.

La mattina è arrivata come arriva sempre: troppo veloce.
Io volevo solo restare un altro po’ a casa.
Ma c’erano quelle visite.
Quelle ke ogni volta mi facevano accelerare il battito nel petto, come quando giochi a nascondino e trovi un posto troppo stretto x respirare.

Papà cercava di fare finta di niente, ma lo conoscevo troppo bene.
Aveva quella faccia ke fa quando prova a sorridere ma gli occhi gli restano seri.
Ha preparato la merenda: il mio succo preferito e i biscotti morbidi, quelli ke si sbriciolano subito.
Era la nostra “merenda del coraggio”, la chiamava così.

Mentre li metteva nello zainetto ho visto ke gli tremavano le dita.
Ma nn gliel’ho detto.

Io ho fatto una domanda ke nn avrei voluto fare:
“Papà… devo proprio andare?”

Lui ha chiuso gli occhi un secondo.
Un solo secondo.
Quando li ha riaperti aveva dentro una tempesta.

“Ci sono io, amore mio. Ti accompagno. E ci vediamo dopo. Promesso.”

Io le promesse le credo sempre.
I bambini fanno così.

L’ultimo abbraccio è stato prima di scendere dalla macchina.
Papà mi ha stretto forte, troppo forte.
Così forte ke ho pensato ke avesse paura di lasciarmi andare.
Io gli ho appoggiato la testa sul petto.
Il suo cuore correva.
Il mio pure.

Ho sentito il suo respiro caldo sulla mia nuca.
“Gio’, te lo dico piano piano, così lo senti bene: qualunque cosa accada, tu sei la parte migliore della mia vita.”

Nn ho risposto.
Nn serviva.
A volte le parole dei papà bisogna solo metterle in tasca.

Lo zainetto mi pesava un po’, ma la mano di papà sulla spalla era più pesante ancora.
Pesante di amore, ma anche di una paura ke io nn sapevo nominare.

Mi sono voltato un attimo prima di salire le scale.
Papà era fermo, immobile, con quella sua rigidità da quando è preoccupato ma nn vuole ke io lo veda.
Io l’ho salutato con la mano.
Lui ha fatto un mezzo sorriso, di quelli storti.

E lì, anche se nn lo sapevo, era l’ultima volta ke vedevo il suo sorriso.

Dentro casa il silenzio pesava.
Io camminavo piano, come quando entri in un posto dove senti ke devi stare attento.
Ho stretto lo zainetto al petto, come fanno i bambini quando vogliono sentirsi protetti ma nn possono dirlo.

Poi… buio.

Poi… freddo.

Poi… niente.

Se adesso potessi parlare davvero, senza filtri, senza i fogli, le sentenze, gli uffici, direi una cosa semplice:

Io ci ero arrivato prima.
Io lo dicevo.
Io avevo paura.
Io avevo 9 anni e nessuno mi ha ascoltato davvero.

E mentre lo dico, so ke c’è un altro papà — uno ke vive in un altro paese, con un altro figlio, con lo stesso nodo alla gola — ke ogni notte controlla se tutto è ok, ke ascolta ogni respiro, ke sente quella maledetta paura ke nn passa.
La stessa.
Uguale.
Solo ke lui, x ora, ha ancora il privilegio di poter abbracciare suo figlio.

È x questo ke scrivere la mia voce serve.
Per ricordare ke i bambini parlano.
Solo ke spesso gli adulti hanno già deciso ke cosa vogliono sentire.

Se qualcuno mi chiedesse qual è stato l’ultimo pensiero, direi così:

“Papà, io mi fidavo di te.
E tu mi hai amato abbastanza da provare a salvarmi.
Il resto… è colpa di chi ha fatto finta di non vedere.”

©Mirco@77

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