Ci sono storie ke ti restano addosso come fumo stantio. Quella della famiglia nel bosco è una di queste. Gente ke sceglie di vivere fuori dai rumori, fuori dal cemento, in mezzo agli alberi, senza luce né gas. Scelta estrema? Forse sì. Ma da qua a dire ke quei bambini erano “in pericolo” al punto da strapparli ai genitori… io, sinceramente, nn ho la presunzione di saperlo. E chi oggi fa il giudice da tastiera forse dovrebbe respirare un attimo prima di sparare sentenze.
Lo Stato è intervenuto xké ha visto rischi reali: intossicazione da funghi, isolamento, rifiuto dei servizi sociali. Tutto scritto nero su bianco. Per carità, un giudice questo deve valutarlo.
Però, scusatemi, c’è una domanda ke mi ronza: xké qui scatta il martello pesante, e poi abbiamo bambini nei campi rom ke vivono in baracche di lamiera, senza scuola, mandati a chiedere soldi o peggio… e lì il sistema si gira dall’altra parte? Due pesi, due misure? Io un sospetto ce l’ho. Forse colpire chi “stona” al modello standard è più facile ke affrontare lo sfruttamento vero, quello difficile, quello sporco.
E poi diciamolo: vivere in un contesto naturalistico nn è automaticamente un delitto. È difficile da leggere, certo. È fuori schema. Ma da lì a dire “bene” o “male” ce ne passa.
Soprattutto in un Paese dove un bambino di nove anni viene ucciso dalla madre nonostante CTU, giudici, assistenti sociali, spazi neutri, carte su carte… e tutto è filato “regolare”.
Allora ditemi voi: davvero sappiamo distinguere sempre il giusto dallo sbagliato?
Io vedo solo un grande caos.
E un Paese ke interviene dove può, nn sempre dove deve.
Il resto, oggi, è solo un mare di dubbi. E un’amarezza ke nn va più via.
©Mirco@77
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