QUANDO LA CARNEFICE È DONNA E IL PADRE È GIÀ COLPEVOLE

Pubblicato il 18 dicembre 2025 alle ore 16:41

La pagina è reale. “Dentro la Notizia”, 22 gennaio 2025. Firma “Alessandra Cova”. Titolo forte: “Quando il carnefice è una donna l’impatto mediatico è inesistente”.
È vero? In parte sì.
Ma è una verità comoda, detta a metà.

Perché il vero squilibrio nn è solo mediatico.
È giudiziario, culturale, emotivo.

Nel 2025, quando un uomo — soprattutto se padre — viene accusato, nn parte più innocente.
Parte difensivo.
Parte già in ritardo.
Parte con addosso uno stigma ke nn aspetta sentenze.

E nn lo dico x ideologia. Lo dico xché ci sono passato.

Quando l’accusato è uomo:

  • la notizia corre,

  • il titolo è netto,

  • l’opinione pubblica decide prima del giudice.

Quando l’accusata è donna:

  • il racconto rallenta,

  • entra il contesto,

  • entra la psicologia,

  • entra il “kissà cosa ha passato”.

Questo nn assolve nessuno.
Ma pesa in modo diverso.

Nel 2025 ISTAT continua a certificare un dato chiaro: la violenza sulle donne esiste, è strutturale, è grave.
Lo dice il report “La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia”.
Lo ribadiscono i numeri sugli omicidi del 2024.

Io nn li nego.
Ma i numeri nn possono diventare una clava.

Perché dai numeri si è passati a un automatismo tossico:

se sei uomo → sei potenzialmente colpevole
se sei padre → sei potenzialmente pericoloso

E da lì, il salto è breve.

Nel 2025 abbiamo visto uomini:

  • allontanati dai figli,

  • sospesi dal lavoro,

  • marchiati pubblicamente,

prima ke un tribunale dicesse una parola definitiva.

Lo raccontano articoli firmati da “Daniele Montanari” sulla Gazzetta di Modena e “Benedetta Centin” su Il  Quotidiano:
uomini assolti dopo, quando il danno era già fatto.

E qui nasce la mia amarezza.
Perché l’assoluzione nn restituisce:

  • il tempo perso,

  • il rapporto coi figli,

  • la reputazione,

  • la dignità.

Quando leggo “l’impatto mediatico è inesistente” io nn penso:
“poveri media, nn parlano abbastanza delle donne violente”.

Io penso:
meno male ke ogni tanto il tribunale mediatico abbassa il volume.

Perché io quel volume l’ho sentito addosso…. E faceva male.

Il problema nn è scegliere ki difendere.
Il problema è aver smesso di distinguere.

Nel 2025:

  • la presunzione d’innocenza è diventata un fastidio,

  • il dubbio è visto come tradimento,

  • la complessità è sospetta.

E ki chiede equilibrio viene accusato di minimizzare.
Ki chiede prove viene accusato di giustificare.

Io nn giustifico niente.
Io pretendo equità.

Perché la giustizia nn può dipendere dal genere.                                                E la cronaca nn può decidere ki merita comprensione e ki solo condanna.

Io avrei preferito nn scrivere queste cose.
Avrei preferito vivere in un paese dove un padre nn deve dimostrare di essere innocente a priori.

Ma nel 2025, se sei uomo e padre, devi parlare.
Anche con amarezza.
Anche a denti stretti.

Perché il silenzio, quello sì, nn è mai neutro.
E spesso favorisce solo ki urla di più.

©Mirco@77

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