Quando entra in scena Donald Trump, cambia l’aria.
Lui parla di confini, di sicurezza, di popolo americano lasciato solo per decenni. Dice ke sotto la sua amministrazione ha fatto quello ke gli altri nn hanno mai fatto. E in parte è vero: gli altri hanno parlato, lui ha sbattuto i pugni. Gli altri hanno fatto finta di nn vedere, lui ha detto apertamente qui entra chi diciamo noi.
Ma il punto nn è quello ke dice.
Il punto è chi gli sta dietro mentre parla.
Basta guardare le facce.
Sguardi freddi, sorrisi finti, gente ke nn difende confini ma interessi. Trump parla di muri, loro pensano a contratti. Trump parla di sicurezza, loro pensano a petrolio, armi, influenza. E lì capisci subito come stanno le cose.
Quando accusa i presidenti prima di lui di nn aver tutelato il popolo americano, colpisce nel segno. Hanno svenduto tutto in nome della globalizzazione buona solo per pochi. Hanno lasciato frontiere porose, lavoro precario, comunità spaccate. Trump almeno lo dice senza ipocrisia: prima noi. È brutale, sì. Ma è chiaro.
Il problema è ke la difesa dei confini diventa teatro. Parole forti davanti, sistema identico dietro. Cambia il narratore, nn la storia. E mentre lui si presenta come rottura, il potere vero resta seduto alle sue spalle, tranquillo, intoccabile.
Trump è totalista xké nn finge.
Ti dice come funziona il mondo: forza, interesse, dominio.
Gli altri raccontano favole mentre fanno lo stesso.
Ed è questo ke fa paura davvero:
nn Trump ke entra
ma chi resta fermo dietro di lui, qualunque presidente ci sia davanti
©Mirco@77
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