Partiamo da qui. Da una frase ke sembra una battuta da bar, invece è una radiografia precisa del mondo. Altro ke aforisma da cioccolatino. Qui c’è dentro sociologia, psicologia, e pure un po’ di sopravvivenza spiccia. Roba vera, nn teoria.
L’ape fa l’ape. Punto. Lavora, vola, cade, si rialza, si punge pure se serve. Produce miele senza chiedere applausi. La mosca invece gira dove gira, attratta da ciò ke puzza, ke fermenta, ke marcisce. E nn è un’offesa. È un dato. Ognuno segue ciò ke riconosce come nutrimento. Fine.
Il problema nasce quando l’ape, stanca, prova a spiegare. Quando perde tempo a dire: “oh, guarda ke qui c’è nettare buono, pulito, costruito con fatica”. E la mosca la guarda come si guarda un pazzo. Xké nella testa della mosca il miele nn ha valore. Nn ha odore forte, nn ha caos, nn ha decomposizione. È troppo pulito. Troppo stabile. Troppo… sano.
E allora succede questa cosa ridicola ke vediamo ogni santo giorno: chi costruisce viene deriso da chi consuma. Chi cura viene attaccato da chi distrugge. Chi si fa il culo viene chiamato “esagerato”, “fanatico”, “pesante”. Classico.
Viviamo in un’epoca dove spiegare è diventato un riflesso condizionato. Devi spiegare xké fai le cose bene. Devi spiegare xké sei coerente. Devi spiegare xké nn ti va di sporcarti nella merda altrui. Ma spiegare, spesso, è già una sconfitta. Xké se dall’altra parte nn c’è ascolto, stai solo parlando al muro. Anzi no, al muro almeno nn risponde.
Io l’ho imparato tardi, ma l’ho imparato. Ogni volta ke provi a convincere una mosca, stai togliendo tempo al miele. Tempo, energie, lucidità. Stai abbassando il tuo livello x dialogare con chi nn ha nessuna intenzione di salire. E nn salirà. Nn x cattiveria. X natura.
La verità è ke nn tutti vogliono stare meglio. Alcuni stanno benissimo nel lamento, nel disordine, nel conflitto perenne. È casa loro. Tu arrivi con le mani sporche di lavoro vero e sei tu quello fuori posto. Ti guardano e pensano: “ma ki te lo fa fare?”. E lì capisci tutto.
C’è una trappola sottile però. L’orgoglio. Pensare di essere “ape” nn ti rende automaticamente migliore. Ti rende solo responsabile. Responsabile di dove voli, di cosa produci, di ki frequenti. L’ape nn perde tempo a insultare la mosca. Nn la combatte. Nn la educa. Continua a fare l’ape. Fine.
E questa è la parte ke fa più male. Accettare ke nn devi salvare nessuno. Ke nn sei un missionario. Ke nn sei obbligato a spiegarti sempre. Ke il silenzio, a volte, è igiene mentale. Altro ke debolezza.
Sui social, poi, è un allevamento intensivo di mosche. Rumore, indignazione usa-e-getta, esperti di tutto ke nn costruiscono nulla. Se entri lì x convincere, sei fritto. Se entri x mostrare il miele, qualcuno lo riconoscerà. Gli altri no. E va bene così.
Il punto nn è essere superiori. È essere centrati. Sapere ki sei, cosa fai, xké lo fai. E continuare anche quando nessuno batte le mani. Soprattutto allora.
L’ape nn cambia strategia xké una mosca ride. Nn smette di volare xké qualcuno le dice ke è inutile. Continua. Coerente. Ostinata. Silenziosa. E il miele, alla fine, resta.
Quindi la prossima volta ke senti il bisogno di spiegare, fermati un attimo. Guardati intorno. Chiediti: sto parlando con un’ape o con una mosca? Xké se è una mosca, risparmia fiato. Torna ai fiori. Il miele nn si difende. Esiste.
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