La caccia turistica in Africa non è un dibattito accademico, è una scelta morale che fa rumore e lascia macerie. Non è “gestione della fauna” né un sacrificio necessario: è un mercato dove si compra la morte di animali straordinari per un trofeo da appendere al salotto. Qui ti dico chi guadagna, chi perde, cosa dicono gli studi e perchè tutto questo è indecente — detto in modo pratico, diretto e senza filtri.
Prima cosa: chi spende. Non sono i contadini, nn sono i poveri del villaggio. Sono persone benestanti, gente che può permettersi safari di lusso: manager, imprenditori, qualche celebrità, collezionisti di emozioni estreme. Pagano migliaia, spesso decine di migliaia di euro per l’esperienza. Il punto non è il singolo cacciatore, ma il modello che permette a pochi ricchi di trasformare in profitto la vita selvatica.
Secondo: dove finiscono i soldi. Le entrate girano soprattutto a chi possiede la terra o a società private che gestiscono i safari: outfit internazionali, broker, proprietari terrieri spesso esterni alle comunità locali. Nei casi “virtuosi” una parte finisce in progetti comunitari o in stipendi, ma la regola comune è altra: quote grandi finiscono nelle tasche di proprietari e intermediari, lo Stato prende tasse e permessi, mentre le popolazioni locali ricevono solo spiccioli rispetto al valore reale. Questo squilibrio rende il modello fragile e facilmente sfruttabile. Se ti vendono la storia che la caccia salva la fauna, chiedi di vedere i bilanci, i contratti e le prove che i soldi restano davvero sul territorio.
Terzo: impatto biologico. Non è roba astratta: la letteratura scientifica è chiara su vari punti. La caccia selettiva rimuove gli individui più grandi e spesso i maschi più rappresentativi, alterando struttura sociale e dinamiche riproduttive. In specie come i grandi felini o i rinoceronti, togliere individui chiave può ridurre la stabilità di popolazioni già sotto stress per perdita d’habitat e bracconaggio. Studi recenti sottolineano: la caccia può funzionare solo con monitoraggi rigorosi, limiti scientifici basati su dati e trasparenza totale — cosa che raramente accade.
Quarto: l’argomento economico della “conservazione” spesso è propaganda. I numeri proposti dalle lobby del settore vengono ripetuti come mantra: posti di lavoro, introiti, sviluppo. Ma analisi indipendenti mostrano che l’impatto è spesso sovrastimato; il turismo fotografico genera molto più reddito diffusamente, senza macellare la fauna. Il modello della caccia è per pochi benefici concentrati, non per sviluppo diffuso.
Quinto: posizioni autorevoli. Negli anni figure come Jane Goodall e Sir David Attenborough hanno detto cose chiare: la dignità degli animali e la necessità di proteggere specie iconiche non si conciliano con trofei e sorrisi davanti al cadavere. Anche istituzioni come IUCN richiedono approcci basati su dati e coinvolgimento reale delle comunità. Non sono “estremisti”, sono scienziati, etologi, conservazionisti che chiedono rigore e trasparenza.
Ora, la condanna: non mi interessa essere politically correct. La caccia turistica è spesso un hobby criminale mascherato da presunta “soluzione” per la conservazione. È triste vedere foto di animali uccisi che diventano “storie” da vendere ai ricchi. È rabbia pratica, non bohémien romantico: qui ci sono ecosistemi messi a rischio, economie locali gasate a uso e getta, e una normalizzazione della violenza che non porta veramente soluzioni.
Le alternative ci sono e non sono astratte: investire nel turismo fotografico, creare infrastrutture che portino reddito distribuito (alloggi, guide locali, servizi), programmi di conservazione pagati con forme di turismo responsabile e, soprattutto, gestioni comunitarie vere con poteri decisionali e controllo sui ricavi. Questo vuol dire governance, formazione, e controllo internazionale sui flussi di denaro. Vuol dire lotta alla corruzione e trasparenza sui permessi di caccia e sui contratti di uso del territorio.
In breve: smettiamo di glorificare il trofeo. Se vogliamo davvero proteggere le specie e i territori, cambiamo modello economico. Non basta qualche soldo qua e là; serve redistribuzione, responsabilità, e infine la fine di un mercato che premia l’omicidio spettacolare. Chi ama la natura non scatta foto con i resti del massacro, scatta foto per raccontare la vita che vogliamo lasciare ai nostri figli.
Se serve, scrivo subito un post tagliente per la tua pagina, o una scheda tecnica da mandare alle autorità locali — nomi, numeri, richieste chiare. Non ci giriamo intorno. Serve coraggio politico e civico, nn scuse.
©Mirco@77
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Commenti
Bravissimo!! Ovviamente è una dei tanti orribili avvenimenti di questo mondo sempre più portato da tantissimi esseri umani senz'anima. Il tuo servizio è perfetto e spiega orrore in tutte le sue sfaccettature. E' utile senz'altro diffondere queste notizie che, pur non riguardandoci da vicino, riguardano comunque la casa (pianeta Terra) sulla quale viviamo. L'Universo reclama Amore!!