“Bambino lasciato nella neve x una regola: quando l’obbedienza cieca vale più della vita di un figlio”
Ho riflettuto parecchio prima di scrivere. Parecchio davvero. All’inizio nn volevo farlo. Ero incazzato, sì, ma troppo. Da padre. E quando sei padre lo stomaco prende il comando e la testa resta indietro. Avevo paura di scrivere di pancia, di sparare sentenze senza lucidità. Così ho taciuto. Ho letto, ho ascoltato, ho cercato di capire. Poi ho ceduto. Xké certe cose, se restano in silenzio, diventano normalità. E questa storia normale nn lo è. È marcia.
Un bambino. Undici anni. Riccardo. Fatto scendere da un autobus in pieno inverno xké senza il biglietto giusto. Nn xké violento, nn xké pericoloso. Solo xké “nn in regola”. Neve, freddo, chilometri a piedi. Un minore lasciato solo. Punto. Tutto il resto sono chiacchiere difensive.
C’è ki difende l’autista. “Ha applicato le regole”. “È il suo lavoro”. “Se fai eccezioni poi è il caos”. Questa è la linea. Tecnica, asciutta, senz’anima. Come se davanti nn ci fosse un bambino ma un codice a barre. Come se il contesto nn contasse. Come se il cervello fosse opzionale e bastasse un regolamento x lavarsi la coscienza.
Poi c’è ki difende Riccardo. E qui la parola chiave è una sola: responsabilità. Un adulto, in posizione di potere, decide di scaricare il peso di una regola su un minore. Nn lo accompagna, nn chiama, nn aspetta, nn protegge. Lo fa scendere. Fine. Questo nn è “far rispettare le regole”. Questo è lavarsene le mani.
La verità è scomoda x tutti: le regole esistono, ma nn sono un alibi x smettere di essere umani. Soprattutto quando davanti hai un bambino. Un minore nn è un cliente, nn è un numero, nn è una pratica. È una responsabilità. Sempre. Anche quando sbaglia. Anche quando nn ha il biglietto. Anche quando il sistema è idiota.
Qui il problema nn è solo l’autista. Sarebbe troppo facile fermarsi lì. Il problema è un sistema ke forma persone a obbedire e nn a pensare. Ke punisce l’empatia e premia l’automatismo. Ke preferisce un bambino assiderato a un’eccezione spiegata.
Io ho aspettato prima di scrivere xké volevo essere lucido. Ora lo sono. E lo dico senza poesia, senza metafore, senza sconti: è una vergogna. È una colpa morale grave. E va condannata con fermezza. Nn x vendetta, ma xché serva da linea rossa. Da limite invalicabile.
Le regole senza coscienza fanno danni. E quando il danno lo paga un bambino, nn esistono scuse, giustificazioni o “procedure”. Esiste solo una parola: responsabilità. E qualcuno deve prendersela. ©Mirco@77
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